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L’opinione pubblica
di Vincent Price
Reviewed on
in «Il Dubbio», Anno VI, n.1, Lithos, Roma, 2005, pp. 119-120.
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Un concetto di difficile definizione, quello di opinione pubblica, a cui l’autore ha voluto dedicare pagine ricche di riferimenti bibliografici che potranno dimostrarsi particolarmente utili a chi già si occupa dell’argomento. Delle origini dell’opinione pubblica, Price non si limita a ripercorrere i passi dell’ormai abusato testo di Habermas, pur citandolo, ma ne evidenzia gli aspetti contraddittori che continuano ad animare il dibattito contemporaneo, analizzando l’interrelazione stretta tra l’interesse per la nuova forza dell’opinione pubblica nella società e la rilevante crescita dei mass media nel corso degli ultimi due secoli. Puntuale risulta pertanto la scelta di dedicare un intero capitolo al pubblico, distinguendolo dal concetto di folla e massa protagonisti degli approcci sociologici legati rispettivamente alla psicologia e alla teoria critica. Lo scopo, dichiarato dallo stesso Price, è quello di “esaminare […] l’ampia gamma di raggruppamenti collettivi - le élite, i pubblici tematici, il pubblico attento e il pubblico in generale – comunemente evocati nella ricerca applicata” (p.35). I riferimenti a Park e Blumer, relativamente al modello discorsivo secondo cui l’opinione pubblica si forma attraverso una successione di stadi, sono quindi inevitabili, così come l’esplicazione, seppur sommaria, delle cinque fasi collettive nella formazione dell’opinione pubblica identificate da Foote e Hart.
Nel terzo capitolo Price dedica le pagine soprattutto alle tecniche di rilevazione e le metodologie che hanno consentito la formazione di una vera e propria scienza dell’opinione pubblica. I grandi apporti evidenziati dall’autore provengono soprattutto dalla psicologia sociale e in particolare dallo studio sugli atteggiamenti e dalle tecniche di campionamento. Price ha preferito concentrarsi sull’affinità tra opinione e atteggiamento dedicando forse uno spazio eccessivo all’approccio psicosociale piuttosto che a quello politico che rappresenta, a nostro parere, il nodo cruciale del dibattito contemporaneo. Riferimenti sono stati fatti pertanto a tutti quegli autori che dagli anni ’70 in poi hanno sostituito gli studi puramente quantitativi degli anni ’30 e ’40 con orientamenti più teorici. Nei primi tre capitoli, il cui linguaggio risulta particolarmente semplice seppur appesantito da una mole non indifferente di concetti e definizioni difficili da focalizzare attraverso una descrizione sommaria, l’autore ha voluto soprattutto presentare l’oggetto “opinione pubblica”, riservando invece il quarto e il quinto capitolo ai processi di formazione.
Nell’individuazione e distinzione di aspetti collettivi e individuali dell’opinione pubblica, Price ha costruito l’indice del suo libro con una suddivisione in paragrafi e sottoparagrafi piuttosto ricca. Sebbene tale distinzione “rispecchi storicamente la teorizzazione del concetto e costituisca un utile riferimento euristico” (p.93), gli aspetti collettivi e individuali dell’opinione pubblica non sono mai stati, come rileva Price, nettamente separati nella ricerca, pur assistendo a uno spostamento dei ricercatori verso quelli che possono dar conto soprattutto delle scelte politiche dei singoli. Non bisogna infatti dimenticare, fa notare lo stesso Price, che lo studio dell’opinione pubblica ha origine dalle ricerche di mercato e dalla sondaggistica politica, subendo pertanto le pressioni dei committenti. Gli stessi processi di formazione dell’opinione pubblica prendono le mosse dalle dinamiche del dibattito pubblico in un approccio micro-sociale piuttosto che politico, e solo un accenno è stato fatto al ruolo dei giornalisti e dei media in genere, pur riconoscendo che il concetto sia fondamentalmente legato alla comunicazione.
Per quanto riguarda la rilevanza dell’opinione pubblica nel nuovo millennio, a cui è dedicato l’ultimo capitolo, essa sembra essere condizionata dalle sofisticate tecnologie della comunicazione interattiva e pertanto dalle rinnovate possibilità di espressione che il web può offrire. L’opinione pubblica, che secondo Price è entrata in una fase di maturità a partire dagli anni ’90, ha sollevato interrogativi non indifferenti circa le tecniche di rilevazione, mostrando i possibili effetti distorsivi di contesto e di risposta dovuti per esempio agli obiettivi dei sondaggi, al clima d’opinione percepito al momento dell’intervista, alle caratteristiche dell’intervistatore. Modelli alternativi per l’interpretazione dei dati sono stati messi a punto nell’ultimo decennio, come il campionamento per livello di conoscenza o per ricezione-accettazione di cui Price fa una breve descrizione nelle ultime pagine del libro.
L’autore presenta l’opinione pubblica come concetto storico, dinamico e rinnovabile, tralasciandone tuttavia gli aspetti problematici dal punto di vista socio-politico. Price non prende mai parte nel discorso e del resto la stessa edizione “divulgativa” non lo avrebbe consentito prediligendo l’aspetto descrittivo a quello analitico. Il susseguirsi di riferimenti a numerosi autori dai diversi orientamenti rende difficile trovare una coerenza nel discorso dell’opinione pubblica, anche se le ampie note esplicative possono rappresentare un valido aiuto in un testo che certamente non è approssimativo ma piuttosto forzatamente riassuntivo.
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I nuovi media. Tecnologie e discorsi sociali
di Francesca Pasquali
Reviewed on
in «DESK», Anno XI, n.1, Istituto Universitario Sr. Orsola Benincasa e UCSI, Roma, 2004, pp.63- 64.
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Un’interpretazione dinamica dei c.d. new media, scevra da tecnicismi autoreferenziali e fini a se stessi, in un libro destinato non solo agli addetti ai lavori, ma anche a chi, come studenti e professionisti, vogliano far chiarezza su una realtà tecnologica entrata prepotentemente nei processi d'interazione sociale e costruzione dei significati. Da qui, un approccio anche sociologico dell’autrice, evidenziando l’oggetto new media nella sua “reciprocità fra processi di messa a tema, innovazione tecnologica, incorporazione e uso sociale”.
Francesca Pasquali, docente universitaria, ben chiarisce il rapporto cruciale che intercorre tra i processi di definizione funzionale e d’uso della tecnologia, e la multiforme costruzione simbolica dei nuovi media nella società. Senza tralasciate, e qui abbiamo l’impronta accademica dell’autrice, l’individuazione e la chiara definizione dell’oggetto di studio. Nel testo, sono inoltre criticate le descrizioni sommarie e “tecnocentriche”, in cui i new media finiscono per essere ridotti a “sommatoria di parti che non trova accrescimento all’interno di relazioni sistemiche”, facendo spesso uso di una terminologia eterogenea da parte di taluna comunità scientifica.
L’occhio critico dell’autrice accompagna il lettore all’identificazione di alcuni media con i new media, individuando il “nuovo” non nell’aspetto tecnologico quanto piuttosto in quello sociologico. L’attenzione e la riflessione teorica su parole chiave come ipertestualità, multimedialità, digitale, convergenza, personalizzazione, ibridazione, è pertanto indispensabile per ricostruire le linee di cambiamento.
L’autrice, dedica inoltre ampio spazio alla ricostruzione storica, dalla PARG allo user friendly, evidenziano un costante processo di crescita tecnica e sociale. Colpisce la ricchezza di avverbi, di preposizioni corte ed incisive, in una metrica che ricorda un racconto serrato. Un linguaggio insolito per un libro sui media, le cui pagine sono una sorta di sceneggiatura. Espressioni del tipo: “di li la strada è in discesa”, “l’annuncio era incautamente ottimista”, permettono al lettore un approccio disinvolto, eludendo quel “carattere biblico” e ossessivamente minuzioso di talune descrizioni, abbordato dalla stessa autrice.
Il libro è arricchito, in appendice, da un ampio e dettagliato glossario tecnico, proprio per alleggerire il testo da continui richiami a piè di pagina che possano interrompere uno stile discorsivo e facilmente fruibile. Di notevole interesse bibliografico è anche la sitografia in cui è possibile ritrovare, divisi per aree, gli indirizzi web di interesse teorico sull’argomento, sia di istituti di ricerca sia di riviste scientifiche che hanno trattato i new media nella loro dimensione sociale, psicologica, storica e statistica.
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La rivoluzione simbolica di Pierre Bourdieu
di Anna Boschetti
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in «DESK», Anno X, n.2, Istituto Universitario Sr. Orsola Benincasa e UCSI, Roma, 2003, p. 57.
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Districarsi nella vasta produzione letteraria di Pierre Bourdieu, uno dei massimi sociologi mondiali al quale il pubblico italiano non ha ancora dato il giusto peso, è l’ardito compito egregiamente svolto dall’autrice, che ha saputo cogliere forse uno degli aspetti più critici ed attuali nell’opera dello studioso francese: “[...] definire e far riconoscere i principi di classificazione dominanti”. Il tema del dominio è continuamente presente nell’opera di Bourdieu, e in questo libro si offre un percorso di lettura e di analisi per comprendere come il capitale simbolico - “motore di tutti i giochi sociali” - rappresenti per ognuno di noi, la possibilità di essere riconosciuto dalla società ma anche di esserne assoggettato, in un continuo rapporto tra teoria e pratica che il sociologo francese non abbandona mai. L’approccio analitico di Bourdieu, fortemente debitore alla sociologia della conoscenza, è messo in evidenza in tutta la prima parte del libro, in cui l’applicabilità delle sue categorie, ormai adottate in tutto il mondo, trova manifestazione nell’impegno politico al quale si è dedicato a partire dalla fine degli anni ottanta.
Nella seconda parte del libro sono invece riportati alcuni saggi di Bourdieu, che l’autrice ha voluto inserire ad ulteriore specificazione del legame tra teoria ed empirismo, in questo caso in riferimento all’analisi dei testi originali.
“La rivoluzione simbolica” non è solo il titolo del libro e l’effettivo apporto di Pierre Bourdieu, ma anche la scelta audace di Anna Boschetti che ha saputo introdurre con linguaggio fluido, scevro da sociologismi autoreferenziali, temi destinati a creare “un governo di tutti i cittadini atto a garantire il loro bene comune”, ciò che era nelle intenzioni dello stesso Bourdieu.
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Il nostro corpo in vendita
di Giovanni Berlinguer
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«L’Arcobaleno», Anno 3, n. 4, dicembre 2000, Roma, p. 6
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La complessità delle implicazioni storiche e sociali del commercio del corpo umano, esteso non solo agli organi ma anche allo sperma, al sangue, agli uteri in affitto ed alla prostituzione, sono trattate in modo analitico ma estremamente chiaro. I molteplici aspetti del commercio, non sempre riscontrabili con prove concrete, assumono forme diverse parallelamente allo sviluppo della tecnologia e delle scoperte scientifiche. Si incrociano pertanto valori morali e rapporti sociali chiamando in causa la bioetica.
“E’ giusto”, sottolineano gli autori, “che l’indignazione e la reazione si indirizzino verso le infamie esistenti, anziché verso leggende che offuscano i fenomeni reali: altrimenti si rischia di creare una cortina fumogena, e anche di screditare quei progressi tecnico-scientifici, come i trapianti, che possono alleviare molte sofferenze e dare più valore alla vita umana”.
Questo libro ci porta per mano in un percorso, tra storia e legislazione, fantasie e paure, per arrivare a comprendere capitolo per capitolo, come la schiavitù dell’uomo possa essere legata al mercato tecnologico, quali sono le “merci umane” scambiabili, le regole del mercato e della bioetica, se ci sono delle alternative a tale mercato, e perché la cultura della morte sovrasta quella della vita.
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Il libro di Johann. Io vi ho amato tutti
di Johann Heuchel
Reviewed on
«L’Arcobaleno», Anno 2, n. 3, ottobre 1999, Roma, p. 3
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Trapianti Sesso Angosce. Leggende metropolitane in Italia
di Laura Bonato
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«L’Arcobaleno», Anno 2, n. 2, luglio/settembre 1999, Roma, p. 3
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Paradossali leggende metropolitane sono state raccolte tra gli studenti di Torino nella primavera del 1996, per sostenere uno studio antropologico, attraverso l’approfondimento delle caratteristiche del testo, sulle angosce, le paure e i pregiudizi che nonostante l’avvento del nuovo millennio continuano a persistere.
Bambini rapiti nei supermercati, rasati e mascherati da zingari pronti a togliere cornee e reni; affascinanti ragazze adescatrici di bravi giovani nelle discoteche, complici di pulmini fantasma adibiti a sale di espianto.
Le leggende metropolitane di oggi si trasmettono di voce in voce, come un tempo accadeva per fiabe e storielle: “Tutto questo però è supportato dai mass media, che permettono ai racconti di diffondersi con elevata velocità in tutto il mondo…”.
La fonte dei racconti è sempre un amico o un amico di un amico, “attendibile” ma mai identificabile. L’originalità della narrazione non consiste nell’inventare storie nuove, ma nell’interagire continuamente con l’ascoltatore proponendogli emozionanti varianti a discapito della verità e della diffusione di una cultura di solidarietà.